Pastorale americana

“Pastorale americana” è uno strano libro che pare desiderare la propria distruzione. Il fatto che sia all’apparenza così splendidamente inconcluso, ancora un abbozzo di romanzo ma che non aspra a essere altro, ne segna assieme il successo e il fallimento: è un libro che possiede insomma quello che si dice il fascino del mostro. Non sono in grado, in generale, di appassionarmi all’ideologia esplicita che pare emergere da un romanzo – non sono dell’idea che il romanziere sia un pensatore, che ci debba interessare quel che pensa di questo o quello. Così, se Pastorale americana sia un lamento per la fine del sogno americano di fronte alla cieca violenza oppure il contrario, non so proprio dirlo. Quel che dice a livello di ideologia un buon romanzo, lo dice forse all’insaputa del romanziere stesso. Io me ne occupo solo dal punto di vista della sua costruzione, come se in essa soltanto fosse contenuto il gesto dell’autore.

Il libro è costruito su due piani, o meglio è fatto da due bolle cresciute una dentro l’altra, una che contiene e circoscrive l’altra. La prima e più interna bolla è quella della vicenda esplicita che percorre il libro e sulla quale i più si soffermano: ascesa e caduta di un eroe americano, detto “lo Svedese”. È il livello epico, dello sviluppo drammatico e anche della maggior parte della contestualizzazione di contorno. La seconda bolla, più esterna, è la vicenda dello scrittore Nathan Zuckerman, dentro cui la vicenda dello Svedese va tutta inscritta. L’evidenza delle incongruenze narrative presenti nella prima, più interna e più evidente bolla tuttavia balza rapidamente agli occhi e diventa sempre più inaggirabile man mano che si avanza nella lettura. Qualche esempio:


•  personaggi inspiegabili e inspiegati (da dove salta fuori e chi è Rita Cohen, perché sa tutto e perché nessuno, nemmeno Merry, sa niente di lei? Che gioco sta giocando e perché nessuno ce lo spiega? Perché, insomma, sembra così palesemente un escamotage prodotto da un romanziere a corto di espedienti?);


• soluzioni narrative di quart’ordine (la notizia del nascondiglio di Merry che giunge per lettera! Da Rita Cohen, guarda caso! E perché non con un messaggio degli alieni, già che ci siamo?);


• svolte fondamentali nella psicologia dei personaggi disperse dentro estenuanti e circonvoluti sommari in terza persona (dai quali ad esempio, quasi di straforo, veniamo a sapere nientemeno che lo Svedese – la moralità in persona – ha avuto un’amante!);


•  scelte di tono che franano sotto il proprio stesso peso (l’ambizione iniziale all’epico che si impaluda progressivamente nel bozzetto da “interno borghese” e poi in un grottesco macchiettistico fino alla comica finale in cui Lou Levov, assurto al ruolo di mattatore, viene infilzato da una proditoria forchetta vagante);


• un’esigenza di “realtà” fin troppo didascalida (di punto in bianco pagine e pagine sulle tecniche di lavorazione della pelle et similia, che testimoniano un po’ troppo pedestremente la diligenza del narratore nell’approfondimento storico). 
Senza contare la stramberia del racconto di una vita esemplare che si arresta di punto in bianco ai quarantanni anni del protagonista (che sappiamo morto invece ultrasettantenne: e tutta la seconda parte della sua vita? Non era interessante? Ma se non lo era perché prevederla?) e senza che sulla sorte della coprotagonista – la figlia dello Svedese – si possieda alla fine più che qualche congettura, un si dice dentro un altro si dice.
E tuttavia.

Tuttavia al lettore le cose non tornano, perché la scrittura, senza eccessi ma senza sbavature, è brillante, qua e là ecco pagine strazianti, qua e là riflessioni acute, e la tecnica, che procede in modo frattale per divagazioni dentro divagazioni, è ampia, sontuosa. Come possono convivere queste qualità con una struttura narrativa così strampalata?
(Il lettore può sempre rifarsi all’autorità del Times citato in quarta e dire che il pregio del libro è di proporre domande e lasciarle in sospeso. Ma una simile dose di pigrizia interpretativa va bene per un quotidiano ad ampia tiratura, non per il povero lettore che deve rispondere solo a se stesso). Una possibile spiegazione, lo stolido lettore, ce l’ha sotto il naso. La storia che sta leggendo non è infatti l’opera di Roth, ma quella uscita dalla penna improbabile dello scrittore Nathan Zuckerman – con i cui ricordi di gioventù in realtà l’opera di Roth inizia – e delle sue fantasticherie un po’ alcoliche cui si abbandona in un tristissimo party di ritrovo di vecchie glorie. Ecco insomma la seconda bolla, il cerchio circoscritto.

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L’amante dei paradossi può seguire lo sviluppo di questa figura narrativa che si muove su livelli diversi e rende, come alcuni hanno notato, assai vago e poco maneggevole tutto l’impianto del libro.

Primo livello: lo Zuckerman di oggi rievoca con nostalgia fin troppo ingenua la propria infanzia, nella quale compare la figura mitologica dello Svedese (primo capitolo).

Secondo livello: lo Zuckerman di oggi rievoca uno Zuckerman anteriore, che durante un tristissimo party in cui rivede gli amici di gioventù si estranea dai presenti e inizia, partendo da una base limitatissima di notizie apprese, a fantasticare intorno alla vita dello Svedese, allo scopo esplicito di contrapporre una propria versione dei fatti a quella proposta da Jerry, fratello dello Svedese, con cui ha conversato pochi minuti prima e che gli ha comunicato la ferale notizia della morte dello Svedese stesso, rendendolo peraltro edotto del fatto che all’origine delle di lui disgrazie va posta la vicenda della figlia Merry, viziata e odiosa terrorista latitante e bombarola. Ma Jerry, dice questo Zuckerman anteriore, col suo cinismo di maniera la fa troppo semplice: crede di aver capito tutto, di poter spiegare in poche righe la natura dei personaggi e il senso complessivo della storia. Invece la faccenda, sempre secondo Zuckerman, è più complicata: comprendere la natura dei personaggi e l’origine delle loro azioni o convinzioni è impossibile, comprendere il senso e le ragioni della storia è impossibile, i fatti non si spiegano del tutto, le tragedie non hanno un vero senso e per questo piegano in farsa – tutte teorie che Zuckerman avrà modo di mettere in pratica costruendo da qui in poi la propria stramba e per molti versi incomprensibile versione della vicenda dello Svedese, nella quale infatti non si riesce mai a stringere all’angolo nessuna vera spiegazione – insomma, perché Merry ha messo la bomba? E lo Svedese, è un santo o un’idiota? Non si può saperlo. Ebbene, tutta questa fantasticheria è interna al party: inizia dalla testa di Zuckerman durante il party e non finirà più per tutto il libro – non si uscirà più da quel party! (secondo capitolo e successivi).

Terzo livello: è il più paradossale e compare un paio di volte brevemente ma significativamente. Lo Zuckerman di oggi rievoca, nel mezzo della rievocazione del party, uno Zuckerman anteriore – ma successivo al party – che dopo mesi di lavoro estenuante ha infine completato il manoscritto sulla vita dello Svedese – attenzione: non può che trattarsi di questo stesso libro che abbiamo in mano, ma nello tesso tempo e ovviamente non può affatto essere proprio questo libro che abbiamo in mano, dato che un insieme non può contenere se stesso come un elemento dell’insieme. Zuckerman dunque immagina di spedire il manoscritto a Jerry, e immagina la reazione negativa di Jerry, e immagina – non è chiaro se oggi o nel passato –  l’ineluttabilità di questa reazione negativa, e la giustifica con l’impossibilità e incommensurabilità del confronto tra un’opera di fantasia (Pastorale americana e la storia dello Svedese in essa contenuta, o meglio la storia di Zuckerman che racconta la storia dello Svedese) e i veri ricordi di uno dei veri soggetti descritti in quell’opera (il “vero soggetto” è Jerry, che “in realtà” è esso stesso un personaggio di fantasia che sta tutto dentro Pastorale americana) (secondo capitolo).
Se mettete due specchi uno di fronte all’altro e vi infilate in mezzo a osservare quella stucchevole  fuga di immagini, non ne uscirete meno confusi di così.

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È qui dunque, solamente a pagina 95 dell’edizione Einaudi, che comincia la bolla “epica”, che però sta tutta dentro l’altra bolla che l’abbraccia, che è poi tutto il libro Pastorale americana, e che contiene anche Zuckerman e la sua versione della storia dello Svedese.
Il malinconico, tragicomico Zuckerman, operato da poco di prostata e da quest’operazione reso sessualmente invalido, l’ammiratore ingenuo del mito americano incarnato dallo Svedese che ancora non s’è rassegnato del tutto a riconoscere la propria ingenuità come malattia, il teorizzatore un po’ bolso dell’impossibilità della comprensione interumana (la normalità è fraintendersi, è l’errore), il narratore che finge di scomparire ma è così presente da inondare il libro delle sue chiacchiere e fantasie. Zuckerman è protagonista almeno quanto lo Svedese: Zuckerman è il cattivo romanziere chiamato a uno scontro finale con la sua creatura, con la sua nostalgia, col suo paradiso fasullo ed elegiaco che gli esplode davanti e che si rifiuta di farsi maneggiare. Zuckerman in preda a domande senza risposte è il vero sconfitto di Pastorale americana. Nathan Zuckerman, lo scrittore, e il suo invadente e lamentoso narcisismo.
Questa seconda e più ampia bolla, questa cornice che inscrive la prima in sé, non so dire se salvandola dai suoi difetti oppure no, è infine il romanzo che potete leggere, con discreto profitto.

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