One shot 

Le foto finalmente spiegate come si deve.

L’immagine è una scrittura visiva. Quello che vedi è quello che c’è. Ma se la traduci in parole, ottieni un’altra immagine che dovrai di nuovo tradurre, all’infinito. Non perché lei sia inesauribile: perché tu lo sei. Gli esseri umani sono interminabili, anche se finiti. Inesauribile non è l’immagine, che è perfetta così com'è. Inesauribile è il guardare e interpretare e dire e mutare avendo guardato e riguardare, all’infinito.


Nella foto presa dall’alto, a sorvolo, come se fosse una definizione o un proclama, si scorgono i piedi del fotografo-testimone e tre tessere di un puzzle per bambini abbandonate, probabilmente smarrite, sul limite tra il disegno ordinato delle pietre squadrate e la terra informe. Due sono voltate verso l’alto e mostrano ognuna un’immagine - una chiave inglese, un secchio di colore - una verso il basso. È impossibile ricostruire il messaggio completo del puzzle, ciò che possiamo vedere è piuttosto l’esibizione di un’assenza: le tessere mancano, il significato è perduto. Ciò che vedi nella foto è indubbiamente ciò che c’è: ma ciò che c’è è l’allusione a ciò che non c’è. Persino se vedi mistero, ambiguità, enigma, il mistero è chiaramente presente in modo esibito e aperto: vi è stato collocato, è stato scelto. Ma vedere d’altro canto vuol dire vedere più di ciò che si vede, vuol dire accedere a un lato che non vediamo ma che sappiamo esserci (cosa nasconde quella tessera rovesciata?), a una latenza, a una profondità, a un rilievo che abbiamo già frequentato e ora riverbera mentre siamo immersi in quel mondo bidimensionale e lo esploriamo con il nostro corpo virtuale. Il visibile “è” l’invisibile e nessuno dei due è mancante, non c’è da nessuna parte un positivo e un negativo: tutto è qui, senza esserci del tutto. Così un’immagine non può che sfuggirci sempre, ma non in un profondo mistero, che semmai è tutto in superficie, non perché sia indicibile o dicibile solo per formule da iniziati, anzi è la sorgente di infiniti modi di dire: piuttosto sfugge nella distanza da se stessa. L’immagine, la figura, il raddoppio con cui raccogliamo e celebriamo lo stesso in forma d’altro cioè tutto ciò che abbiamo smarrito tenendolo in mano (e teniamo in mano proprio per averlo perduto per sempre), cioè insomma la cultura, è in sé nient’altro che la misura della distanza da se stessa, da ciò che non è più, anzi che non è forse mai stata. In questa esplosione di distanza, in questo vuoto che nasce dal raddoppio che fa scaturire ciò di cui è raddoppio siamo situati, mentre vediamo. Le figure parlano di sé, e lo fanno parlando d’altro. L’enigma, il mistero, è il gioco di un bimbo, da sempre risolto e disfatto, spiegato e ripiegato infinite volte.



Staged

Una foto è talmente tanto una traccia fisica di qualcosa che non c’è (più), che la si scambia per il suo soggetto. «È un tramonto» si dice davanti a una foto di un tramonto, confondendo ciò che sta dentro e ciò che sta fuori: la mente trapassa il rettangolo bidimensionale e si riferisce direttamente alla "cosa", mentre il rettangolo riceve un “effetto di realtà”. Ma non esiste presa naturale, quello che vedi è sempre un costrutto che maschera le proprie abilità e ideologie dentro cliché visivi. Allora ecco che credi di vedere una foto appesa e delle persone vere davanti: in realtà vedi una foto con dentro una foto, non ci sono “persone vere davanti”. Il primo livello, la foto contenuta, agisce in modo da aumentare l’illusione che cade sul secondo, la foto che la contiene. Ma un po’ troppo, al punto da rendere il trucco quasi evidente, da renderlo scoperto. L’elemento finzionale si mostra quando sparisce. In questa foto, che si chiama “Staged” ma non lo è, attraverso la similitudine somatica, di posa e di vestiario tra personaggi nel manifesto e personaggi davanti al manifesto, ci si chiede: chi è in posa? Quelli dietro “di carta”? O quelli davanti “veri” – che in realtà sono "di carta" anch’essi, sono in una foto? O entrambi? Quale livello è vero e quale costruito? A cosa attribuiamo fiducia? E se il vero fosse un effetto necessario del falso? E se il reale fosse un racconto?


La finestra opaca

La fotografia, che siamo soliti considerare come una finestra trasparente aperta sulle cose del mondo, quando invece è essa stessa una cosa del mondo, piatta e opaca (o retro-illuminata), su cui la luce riflessa ha lasciato delle tracce, mostra il finestrino aperto di un’auto al cui interno – che chiameremmo esterno se credessimo davvero di essere di fronte a un finestrino e non a una foto di un finestrino – si vede un graffito tracciato su una parete. Sul lato sinistro della fotografia, che ha l’aspetto di un’istantanea, si nota anche una parte dello specchietto retrovisore dell’auto, che mostra un frammento di strada esterno all’inquadratura (che tuttavia vi compare all’interno). Osservando meglio il graffito però notiamo un’anomalia: pare scombinato, scomposto, le sue linee sono spezzate in modo strano e non combaciano. La particolare struttura a pannelli della parete ci viene in soccorso e ci permette di formulare un’ipotesi plausibile, una ricostruzione degli eventi il cui esito è stato registrato dalla fotografia e che possiamo raccontare nel modo seguente. «Un tizio monta dei pannelli a lato di un cantiere. Un altro tizio passa e lascia un graffito con il suo codice distintivo. Il primo tizio (o forse un terzo) smonta in seguito i pannelli, poi lui stesso o forse un quarto li rimonta altrove, o forse nello stesso posto, ma nel farlo mischia la sequenza dei pannelli e così confonde il codice che vi era stato tracciato sopra. Infine un ultimo tizio passa e dall’auto fotografa il risultato e nella fotografia (che ha l’aspetto di un’istantanea) si vedono anche il contorno del finestrino dell’auto e una parte di specchietto retrovisore che mostra un frammento di strada esterno all’inquadratura». La fotografia non è quindi solo una superficie piatta e opaca: grazie alla sua opacità può esservi scritta una storia, la storia della stratificazione dei messaggi in forma di eventi ad opera di varie persone, registrata dalla macchina fotografica che, come finestra e specchio, adeguatamente collocata e orientata nel verso giusto, ne dà conto. E infine la fotografia è anche una riflessione (espressa nel testo che stai leggendo) in forma di immagine su tutto questo processo, una sintesi virtuosa e fortunata del modo in cui normalmente opera la macchina fotografica.


Tre specchi

Quando si scatta una foto la fotocamera registra nello stesso attimo sia ciò che sta davanti sia ciò sta dietro la fotocamera. Normalmente chi privilegia “davanti” sottolinea il fatto che la foto è una traccia di ciò che ha registrato e lo mostra in modo muto, come un messaggio privo di codice, oppure una sua testimonianza, un documento. Chi invece privilegia “dietro” pone l’accento sulle intenzioni dell’operatore, che la foto trasmette a chi osserva, oppure sui suoi moti nascosti, di cui nemmeno lui è consapevole, di cui la foto è un involontario autoritratto. Autoritratto quantomeno curioso visto che l’autore non vi compare: traspare, piuttosto, dalle decisioni consapevoli o inconsce messe in atto al momento dello scatto, o almeno traspare un frammento della sua biografia. La fotografia sembra quindi somigliare alla pittura “dietro” e distanziarsene invece “davanti”. Peccato che una volta scattata, dietro e davanti appaiono il medesimo, anzi non appaiono più. Da qui la sua ambiguità e anche la possibilità di scriverne opinioni sempre giuste e sempre sbagliate. Le tre foto seguenti affrontano questo tema. Almeno in apparenza.

Nella fotografia, che qualcuno ha definito uno specchio dotato di memoria, compare uno specchio abbandonato sulla strada, appoggiato alla base di un albero, in mezzo a terra e sterpi. Lo specchio è rotto nella parte superiore e mostra il controcampo, ossia ciò che normalmente la foto, in quanto specchio rivolto verso il mondo, non è in grado di mostrare. Nel controcampo si scorge una parte di un’auto, i rami di un albero e l’autore della foto che stai guardando, ripreso nell’attimo in cui la stava scattando. Nell’angolo in alto a sinistra compare una ragazza la cui bicicletta è quasi del tutto uscita dall’inquadratura e che, a causa del movimento, appare sfocata. Sull’altro lato un’auto è quasi appoggiata all’albero, e la sua ruota pare fare rima con la ruota dell’auto che compare nello specchio e con quella della bicicletta. Cosa mostri la fotografia è arduo da dire. Forse il tempo nelle sue estasi: l’attimo presente che sta uscendo dall’inquadratura, il futuro oltre il bordo, il passato dentro lo specchio e anche l’eterno nel circolo, o meglio nel quadrato, che racconta. Ma è solo un’ipotesi.


Nel quadrato di una foto in stile istantanea compare l’immagine di un muro ricoperto d’edera che lascia intravedere al di là un giardino di palme e altri alberi. Al muro sono appoggiate le parti smontate di un armadio di fattura economica, la maggior parte coricate in orizzontale tranne un’anta a specchio, verticale. Lo specchio riflette, come un sogno a buon mercato, la finestra con bifora della casa di fronte al muretto e una porzione di cielo. Le parti di armadio sono con ogni probabilità in attesa di essere prelevate dai netturbini e portate in discarica. Eppure nello specchio da poco trasformato in spazzatura pare intravedersi un castello, forse collocato in un’altra dimensione, forse accessibile solo attraversando lo specchio. Tutto quanto fa venire in mente la scena finale di Che cosa sono le nuvole, di Pasolini. Anche lì della spazzatura pensante, abbandonata per strada, rifletteva sulla bellezza del cielo e sulla “straziante meravigliosa bellezza del creato”. Un buon titolo per questa foto, se non fosse già stato usato troppe volte (due quelle significative), sarebbe “La condizione umana”.




Il bugiardo

La foto presenta in apparenza i due profili del soggetto ritratto, ma a un’osservazione più attenta, da alcuni particolari, ci si accorge che è un solo profilo, copiato e rovesciato. Quindi la foto mente! E infatti al protagonista cresce il naso. Ma nel suo mentire, in quanto foto, dice anche la verità perché enuncia il proprio funzionamento in modo scoperto: nessuna foto infatti può mostrare il lato sottratto allo sguardo, perché non lo possiede. Se la rovesci vedi solo il retro non stampato. Diversamente dagli oggetti di cui è traccia e così abile simulazione, alla foto non puoi girare intorno, la foto ha due sole dimensioni e occupa uno spazio sottile: quello della finzione.


Io sono ciò che manca

La foto presenta in apparenza i due profili del soggetto ritratto, come se si incontrassero e si potessero conoscere. Ma a un’osservazione più attenta, da alcuni particolari, ci accorgiamo che il profilo è uno solo, copiato e rovesciato. Quindi la foto mente! E infatti al protagonista cresce il naso. Nessuno infatti può incontrarsi come si incontra un amico o il panettiere sotto casa, con il suo volto imbiancato e tutte quelle frasi di circostanza che ne fanno una maschera, eppure così vera. Per farlo, per incontrare te, dovresti essere lui, almeno per un istante. Sì, puoi parlare tra te e te come per raccontarti storielle, e lo fai spesso, ma è un parlare vano, senza sostanza. Tu resti il tuo punto cieco, e non potrai mai averti di fronte e stringerti la mano come a un fratello o a un amico. Tutto quello che puoi fare, in momenti di grazia, è ridere di te e delle tue sciocche giravolte. Ma poi, mentre lo fai, ecco che una figura pare sollevarsi, inattesa.


L’io o l’errore del solipsismo

La foto è piuttosto triviale, l’autore sembra aver fatto alcuni autoscatti e averli poi assemblati. Il libro nella mano pare una citazione di un quadro di Magritte ("La reproduction interdite") in cui lo stesso libro compare. Stranamente la copertina del libro è perfettamente leggibile, come se fosse dentro un quadro: essendo invece la foto di uno specchio, dovrebbe essere rovesciata, come del resto è il numero scritto sulla cassetta di pronto soccorso nell’angolo alto a sinistra. Invece è diritta. Cosa ci ha voluto dire l’autore?

Il protagonista compare quattro volte. Quattro sono i punti cardinali e quindi le direzioni in cui puoi guardare: quattro significa quindi: “la totalità”. Il protagonista è voltato quindi in tutte le direzioni. Ma perché vediamo il numero sulla cassetta del pronto soccorso giustamente rovesciato, e il libro invece diritto? Perché la cassetta di pronto soccorso è un riflesso dello specchio, il libro è contenuto nello specchio. Non c’è altra spiegazione: solo in un modo posso fare una foto a uno specchio e avere un risultato non rovesciato: se ciò che fotografo non è fuori, ma dentro lo specchio. Quindi la soluzione dell’enigma è: il personaggio che vediamo vive nello specchio.

L’Io è in effetti proprio questo: un puro riflettere senza sostanza, in sé vuoto, che non evolve come fa il corpo, ma che si limita a guardare da fuori persino il corpo in cui è. Come il quadro di Magritte, tra l’altro, pare suggerire. L’io è cioè un puro rimbalzo, un provenire da fuori che nel provenire si scopre, si sa. È proprio come se fosse confinato dentro uno specchio e non possa mai davvero uscirne: è uno specchio dotato di memoria (guarda caso è anche una definizione che è stata data della fotografia). In questo senso la foto parla della difficoltà di "conoscersi attraverso gli altri", cioè in definitiva di uscire davvero da sé, quindi dell'io come prigione.

In effetti è una prospettiva poco allegra: come si può vivere dentro uno specchio largo un metro? Se poi pensiamo che l’io è persino più stretto di un metro, è un punto, anzi meno, è un puro riflettere senza dimensione, si può capire che la claustrofobia è il minimo che ci si possa aspettare. Ecco perché il tizio dentro lo specchio non se ne sta fermo e buono ma si volta - pur con una certa impassibilità e autocontrollo - in tutte (e quattro) le direzioni, come preso in una giostra, come una falena che cerca l’uscita, o come un cerbero con una testa di troppo.


 

 

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