Fotoromanzi


Presentazione

Tutte le fotografie del mondo hanno una vita che coincide con il motivo per cui sono state scattate: per documentare un fatto, una realtà o una situazione, per comunicare qualcosa, per conservare un ricordo, per farsi vedere dagli amici o a volte per fare “belle foto”, nella speranza di far sembrare di buon gusto chi le fa. Tutti conoscono queste "prime vite" delle foto. Pochi sanno però che ogni foto può avere molte altre vite, oltre la prima. Basta prenderla dal suo contesto di uso e portarla altrove, verso un uso ulteriore, che non le competa in modo immediato. Nel momento stesso in cui diventa inutile e sparisce, la fotografia entra in una zona mediana e ambigua, inizia a parlare un’altra lingua, magari a raccontare una storia. Può trattarsi ad esempio di una storia personale, o poetica, o realistica, o riflessiva o altro ancora. O una storia che sta al limite, né di qua né di là, tra serietà e scherzo, buona per segnalare il confine di quella strana, ambigua zona mediana. Con il progetto "Fotoromanzi" mi sono riproposto di percorrere proprio questo confine. Partendo da un archivio di foto personali scattate per i motivi più diversi, ho iniziato a esplorare il punto in cui favole, motti di spirito, giochi di parole, verifiche e racconti di vario tipo (nei quali il tema della scomparsa, della perdita, dell’abbandono viene variamente coniugato) si potevano intrecciare ad alcune di quelle fotografie associate in sequenze, producendo così nuove figure. Queste sono le storie che ho riportato a casa in questo viaggio.



Statement della pubblicazione in forma di libro

Fotoromanzi” (2019 - in progress) è un lavoro che si compone al momento di 8 libretti autoprodotti riuniti in cofanetto self made. In questo lavoro intendo esplorare e discutere il rapporto tra dimensione verbale del racconto e dimensione visuale della fotografia, cioè mi metto in bilico sull’epicentro dei più consueti e spesso catastrofici luoghi comuni dello storytelling fotografico.
A questo scopo utilizzo un archivio personale di fotografie documentarie e di uso comune raccolte in alcuni anni, riassemblate in sequenze e associate a un apparato verbale costruito ogni volta ad hoc sulla base di escamotage verbali di vario tipo: la favola, il motto di spirito, il micro-racconto umoristico, la verifica, l’approccio concettuale, quello lirico o filosofico.
Grazie a un format grafico seriale ed esplicitamente anacronistico, “Fotoromanzi” mette in scena una vibrante e del tutto inefficace, ma corrosiva protesta contro le modalità ermetiche, iniziatiche e alla fine decorative più in uso nella costruzione di sequenze fotografiche. Modalità nelle quali si demanda al fruitore il compito di colmare i vuoti di un testo visivo oscuro e a volte francamente aleatorio, ma di pretesa profondità. In questo modo, se in apparenza si esalta il visivo, in realtà lo si svuota collocandolo in posizione ancillare di un "verbale mancante" che spesso nemmeno l’autore conosce, poiché confonde l’oscurità di un sapere riservato agli eletti con l’uso di cliché di cui non ravvisa l’origine. È questa concezione a mantenere spesso la fotografia in uno stato di minorità sia nei confronti della letteratura, di cui scimmiotta le strutture senza poter vantare una sintassi, sia verso le arti visive, di cui si nega la concettualità senza poter sopperire con una liricità che resta amatoriale.

“Fotoromanzi”, con il suo stile esplicito, dichiarativo e improbabile, preferisce a tale sedicente aristocrazia del gusto la chiarezza illuministica e democratica di un atteggiamento diretto, intendendolo come profilassi igienica per il recupero di un corretto e paritario rapporto tra visivo e verbale.

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